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La città del Futuro

Costruzione a secco

La città del Futuro

6 ago, 2020

Le città in cui oggi viviamo sono il frutto di un’urbanistica che è lo specchio della società post industriale e meccanica, dove lo “zoning” (suddivisione della città in centro storico, periferie abitative, zone terziarie, zone produttive e via dicendo) riflette proprio il principio economico affine a uno schema che si regge su produzione di massa e globalizzazione. Queste zone, urbane e di cintura, sono poi collegate da trasporti e reti fisiche. 

È però sotto gli occhi di tutti, amplificato dalla recente crisi collegata a Covid 19, che questo modello di città (e anche di produzione/condivisione) sia oggi in crisi e apra a nuove riflessioni sull’uso delle nostre città e quindi anche sulla loro futura urbanistica.

Servono ancora grandi edifici in cui concentrare il terziario? O forse è meglio immaginare un modello di città con funzioni meno divise ma più integrate (e sempre molto connesse)? 

Il che non significa demolire tutti quegli edifici che erano preposti per singole funzioni e che oggi si ritrovano ad aver perso gran parte del loro senso, bensì preconizzare una loro trasformazione, un innesto di funzioni multiple in grado di differenziare spazi e usi e rendere così veramente più flessibile (e anche sostenibile) la realtà abitata.

 

Il principio di sostenibilità

Il principio di sostenibilità (economica, ecologica, sociale e così via) è il cardine dell’unico futuro possibile che dovremmo disegnare davanti a noi. 

Le città (ormai da anni divenute più abitate rispetto alle campagne in tutto il mondo) possono diventare il modello di un’integrazione sostenibile fra le persone e fra tutti noi e la Natura. Immaginare edifici meno "energivori”, più armonici con il clima e integrati a elementi e spazi verdi è una possibile strada (il Bosco Verticale di Stefano Boeri è un’icona evidente ma si pensi a quante coperture piane possono diventare tetti verdi drenanti, in parte integrabili anche con pannelli fotovoltaici o solari termici). 

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Elevate prestazioni energetiche

Le stesse facciate degli edifici (con ovvia esclusione, in Italia soprattutto, di centri storici di pregio monumentale o di realtà ad alto valore paesaggistico) possono diventare “nuove pelli” ad elevato contenuto di prestazione energetica (persino produttiva con fotovoltaico integrato) ma anche estetica (la stragrande maggioranza degli edifici del boom postbellico sarà ancora in uso al 2050 ed è evidentemente di scarso valore monumentale così come energetico, quindi diventa l’ovvio target della trasformazione).

Le tecnologie costruttive a secco, che consentono di intervenire sia dall’interno che sull’esterno degli involucri esistenti, offrono una serie di vantaggi evidenti: l’applicazione meccanica, la leggerezza, la reversibilità, la progettabilità. Esse sono in sostanza il “palinsesto” contemporaneo in grado di portare la città esistente verso un “upgrade” che possa renderla adatta a un uso più consono nel futuro (che è già molto presente). 

La città sarà “velocissima”, perché connessa a reti di comunicazione e condivisione sempre più veloci ed efficienti, e allo stesso tempo “lentissima”, a misura d’uomo e dei bioritmi naturali. Del resto è del tutto improbabile che la città si sottragga (non ha mai potuto farlo) ad un’evoluzione (darwiniana?) dei modi di vivere, produrre, abitare che l’uomo adotta con l’evoluzione sociale e tecnologica che lo caratterizza.

 

Sarà una città più equa, solidale e green?

L’auspicio è proprio quello e si notano moltissime strategie ed esperienze in tale senso. La stessa politica europea sembra indirizzarsi con forza verso un futuro più verde e rispettoso della natura. 

Esperienze come quelle di Active House Alliance, così come altri casi simili, mostrano come gli edifici possano essere al tempo stesso rispettosi delle prestazioni Energetiche, Ambientali e di Comfort considerando come binomio inscindibile: People & Planet first. 

Di recente il concept “Re-gen Villages”, ideato da James Erlich, mostra chiaramente come sia possibile, nell’era della comunicazione digitale, progettare spazi armonici con la natura, integrati negli aspetti abitativi, lavorativi e anche produttivi agricoli e zootecnici definendo nuovi piccoli centri abitativi che siano satellitari alle grandi città, una sorta di buffer zones eco-sostenibili. 

La speranza è che la trasformazione stessa della città attuale vada verso modelli integrati di quel tipo, evitando le grandi concentrazioni produttive, abitative, ecc a favore di una distribuzione di funzioni e attività miste che ci offrano una città (e una società) “resiliente” e meno vulnerabile, come purtroppo abbiamo di recente sperimentato essere quella in cui oggi viviamo. 

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Scritto da

Marco Imperadori
Marco Imperadori

Professore Ordinario di Produzione Edilizia, titolare della cattedra di Progettazione e Innovazione Tecnologica, delegato del Rettore per l’Estremo Oriente Politecnico di Milano. Membro della commissione sostenibilità di Fondazione Promozione acciaio. - (Fotografia di A. Avezzù)

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