Il workshop del Master in Offsite Technologies for Architecture ambientato in Antartide
Nel percorso del Master in Offsite Technologies for Architecture (OTA), il workshop rappresenta da sempre il momento in cui la teoria si confronta con i limiti reali del progetto. Nell’ultima edizione, il tema scelto ha portato i partecipanti in uno dei contesti più radicali possibili: l’Antartide.
Non un esercizio visionario fine a sé stesso, ma un banco di prova concreto per testare architetture offsite, industrializzate e reversibili in un ambiente che non ammette errori: clima estremo, isolamento logistico, cicli solari anomali, vincoli ambientali stringenti.
In Antartide, l’architettura non può essere definitiva, né invasiva: deve adattarsi, evolvere e, se necessario, scomparire senza lasciare traccia.
All’interno di questo scenario, i quattro team del workshop hanno sviluppato proposte di stazioni di ricerca capaci di integrare progettazione modulare, sistemi a secco, logiche DfMA e attenzione profonda al benessere umano in condizioni di isolamento prolungato.
PJ #1 | ANTARCTIC STATION
Mariela Villanueva / Elizaveta Budiakova / Marwa Al Mehairbi
Il progetto Antarctic Station affronta l’Antartide come un sistema in costante trasformazione. La stazione è concepita come un habitat modulare concentrico, sollevato dal suolo, capace di crescere per anelli successivi nel tempo.

La logica è chiaramente offsite: moduli prefabbricati, struttura in acciaio, involucro altamente performante e una configurazione che riduce al minimo il rapporto superficie/volume per contenere le dispersioni termiche.
Il cuore centrale, protetto da una copertura leggera in ETFE, diventa lo spazio sociale e orientativo dell’intero complesso, mentre i moduli abitativi e di ricerca si dispongono secondo una graduale transizione tra spazi collettivi e privati.

Elemento chiave del progetto è la reversibilità: fondazioni leggere, supporti regolabili e sistemi smontabili consentono alla stazione di essere rimossa senza alterare in modo permanente il sito. L’architettura non “occupa” l’Antartide, ma la attraversa temporaneamente.

PJ #2 | Icebound City
Maria Vittoria - Svetlana - Dima - Noor - Joaquin
Con Icebound City, il team interpreta la stazione di ricerca come un vero e proprio insediamento urbano in miniatura. Il riferimento non è la forma iconica, ma la struttura della città: strade, nodi, quartieri, spazi pubblici.

La geometria radiale, ispirata alla logica del fiocco di neve, permette una espansione incrementale lungo assi predefiniti. I moduli, basati su una griglia standardizzata, garantiscono ripetibilità, efficienza costruttiva e adattabilità funzionale.

Particolare attenzione è riservata agli interni: cromie, materiali e sequenze spaziali sono studiati per contrastare l’isolamento psicologico, la monotonia visiva e l’alterazione dei ritmi circadiani.

Dal punto di vista tecnologico, il progetto integra produzione energetica rinnovabile, sistemi prefabbricati in legno e acciaio e una pianificazione dettagliata delle fasi di trasporto e montaggio, coerente con le finestre operative antartiche.
.jpg?width=2100&height=1099&name=Manni%20foto%20blog%20(6).jpg)

PJ #3 | Designing an Antertic Research Base
Stefano | Arian | Francesca | Sanyam
Il progetto parte da una tesi chiara: in Antartide non basta sopravvivere, bisogna mantenere una qualità della vita accettabile nel lungo periodo.
La stazione è organizzata attorno a un nucleo centrale, da cui si diramano bracci funzionali che ospitano laboratori, spazi abitativi e aree comuni.
La struttura principale, in acciaio e moduli prefabbricati plugandplay, è sollevata dal suolo tramite supporti regolabili per compensare l’accumulo di neve. L’involucro ad alte prestazioni e le facciate aerodinamiche rispondono ai carichi di vento e alle temperature estreme.


La tecnologia offsite è qui messa al servizio del comfort umano, non solo dell’efficienza costruttiva.

Interessante il lavoro sugli interni biophilic-oriented: materiali caldi, controllo acustico, illuminazione artificiale calibrata e spazi di socialità diventano dispositivi architettonici veri e propri, non elementi accessori.

PJ #4 | THE ICE-BORNE IMPRINT
Salvatore Manzo | Andrea Colautti | Mauro Rodriguez | Daria Kravchenko
Il progetto The Ice-Borne Imprint ribalta uno dei paradigmi più consolidati: la neve non è un problema da evitare, ma una risorsa ambientale.

La stazione è pensata per essere progressivamente inglobata dall’accumulo nevoso, sfruttando la massa della neve come isolamento naturale.
La struttura modulare orizzontale, assemblata offsite, è progettata per essere smontata a fine vita e rimossa tramite slitte, lasciando sul terreno solo una “impronta” temporanea destinata a scomparire.

Il ciclo di vita dell’edificio diventa parte integrante del progetto: installazione, utilizzo, sepoltura parziale, disassemblaggio.
Questa visione porta l’offsite al suo limite concettuale: architettura come infrastruttura temporanea, capace di coesistere con un ecosistema fragile senza imporsi su di esso.

Oltre l’Antartide: cosa ci insegna il workshop di OTA
Il valore di questo workshop va ben oltre il contesto polare. Le soluzioni esplorate parlano anche a contesti terrestri sempre più estremi: zone remote, cantieri complessi, emergenze climatiche, infrastrutture temporanee.
Dall’Antartide emerge un messaggio chiaro: l’offsite non è solo una tecnologia costruttiva, ma un approccio sistemico che integra progetto, produzione, logistica, ciclo di vita e impatto ambientale.
In un mondo che chiede edifici più adattivi, reversibili e responsabili, il laboratorio antartico del Master in OTA si conferma un esercizio radicale, ma profondamente attuale.