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Abstract
L’architettura contemporanea non è più soltanto forma, funzione o tecnica: è gestione della complessità. È integrazione tra industria e progettazione. È capacità di tenere insieme tecnologia, sostenibilità e dimensione sociale in un processo coerente.
In questa conversazione con Giovanni de Niederhausern, SVP Architecture & Product Design di Pininfarina, emerge una visione netta: il futuro del costruire è culturale prima ancora che tecnologico e l’offsite, se inteso correttamente, non è un limite alla creatività ma un abilitatore.
Per spiegare perché Pininfarina oggi lavora anche in architettura, de Niederhausern parte da un parallelismo che non è una provocazione, ma un cambio di paradigma. Gli edifici sono diventati sistemi complessi, densamente tecnologici, normati, attraversati da variabili sociali ed economiche. “Io dico che oggi un edificio è complesso come un’auto perché integra tantissima tecnologia”, osserva, e aggiunge che l’analogia non riguarda tanto la struttura in sé, quanto il metodo con cui la complessità viene gestita.
È qui che il know-how automotive diventa rilevante: non come trasferimento meccanico di soluzioni, ma come cultura di processo. L’elemento decisivo è la standardizzazione del modo di progettare e costruire e, soprattutto, l’integrazione tra le due fasi. “La vera rivoluzione… è l’integrazione tra progetto e costruzione”, spiega. Perché se progetto e realizzazione restano mondi separati, qualsiasi discorso su Design for Manufacturing and Assembly rischia di restare estetico, non strutturale.

La conseguenza più evidente di questa complessità è il cambiamento del ruolo professionale. De Niederhausern è diretto: “Io dico che è finita l’era dell’Archistar”, non come giudizio sul valore della creatività, ma come constatazione organizzativa. Oggi “è impossibile che una persona sia in grado di gestire la complessità di un progetto”.
Ne deriva un’idea diversa di leadership: non più la figura apicale con “connotazioni artistiche” che decide in pochi minuti, ma “un facilitatore, un primus inter pares” capace di far convergere esigenze e competenze differenti. Un ruolo “molto più centrale di prima”, perché non è più solo creativo: è metodologico, procedurale, organizzativo, e intrinsecamente collaborativo.
Quando il discorso si sposta sulla città del futuro, la risposta non è un manifesto, ma una gerarchia ragionata. La sostenibilità ambientale, in Europa, è sempre più un prerequisito: “la parte ambientale io oggi la do una commodity”, dice, nel senso che normative e strumenti hanno reso l’orizzonte obbligato e culturalmente acquisito. Questo però non significa che il tema sia risolto: “siamo ancora molto lontani da una vera sostenibilità ambientale”, perché l’impatto del cantiere e della trasformazione resta.
Il sociale, invece, è il campo con più lavoro davanti. Il limite principale è la misurabilità: “il problema dell’impatto sociale è che non è univocamente misurabile”. Senza misure condivise, è più difficile decidere e soprattutto investire. Eppure, per lui l’impatto sociale deve rispettare tre condizioni: “intenzionale, addizionale e misurabile”. E anche quando “addizionale” significa capitale extra, quel capitale deve trovare una logica di ritorno, altrimenti non entra nei processi reali.
La tecnologia, infine, è l’abilitatore. “Oggi senza la tecnologia non fai più niente”, perché è la condizione necessaria per governare complessità, dati, operatività e gestione dello spazio. Non sufficiente, ma necessaria.
Il passaggio sull’offsite è forse il più netto. Alla domanda se si tratti di un’evoluzione tecnica o culturale, la risposta è secca: “Per me è puramente culturale”. La tecnologia, dice, esiste già; la metodologia esiste; eppure “se giri per le città vedi i cantieri com’erano 50 anni fa, 100 anni fa”.
Per rendere l’idea usa un confronto che ribalta molte percezioni. Cento anni fa l’Empire State Building veniva costruito “un piano al giorno”. Oggi, in uno dei mercati più veloci, “costruiamo a un piano a settimana”. E non perché manchino strumenti, ma perché il processo è rimasto sostanzialmente lo stesso: “il cantiere non è diverso”.
Il cambio culturale richiesto ha due facce: ripensare il cantiere e, soprattutto, integrare “in modo fluido la fase di progetto e la fase di costruzione”. È lì che l’offsite diventa davvero sistema.
Una delle resistenze più comuni è l’idea che prefabbricare significhi limitare l’espressività. De Niederhausern separa in modo netto prefabbricazione tradizionale e offsite contemporaneo. Se compro “dei Lego” standardizzati, certo, “sono limitato nella mia capacità creativa”. Ma “l’offsite non è la prefabbricazione così come la conoscevamo”.
L’offsite che descrive è legato a digital manufacturing e automazione, e cambia un’equazione economica che per decenni è stata data per inevitabile: cento pezzi diversi non costano necessariamente più di cento pezzi uguali. “Costruirne 100 tutti uguali o 100 tutti diversi sostanzialmente mi costa uguale”, spiega, perché la macchina produce differenza con costi marginali comparabili, in un ambiente controllato, con qualità costante.
Da qui nasce una conseguenza interessante: l’offsite non riduce la creatività, la rende realizzabile entro budget e tempi credibili. “La creatività… non solo la posso integrare nel processo, ma l’offsite mi permette di realizzarla all’interno di budget e tempistiche credibili”. In un mondo a risorse finite, è un punto cruciale: forme complesse non possono diventare automaticamente sinonimo di costi doppi o tripli.

Quando si ragiona in logica offsite, l’edificio cambia status: diventa prodotto industriale. “Dobbiamo ragionare… l’edificio come un prodotto industriale”, e quindi considerare fin dall’inizio dimensioni dei pezzi, modalità di montaggio, sequenze, tolleranze.
Il punto è evitare l’illusione di un processo “teorico”: “non possiamo immaginare una forma libera… ingegnerizzarla e poi successivamente pensare a come costruirla”. Serve un pensiero di componenti, come “un pezzo di carrozzeria” più che “la carrozzeria nel suo insieme”.
Sul tema urbano, la tesi si ripete: il progetto è un’equazione complessa. Il punto di partenza, però, è sorprendentemente concreto. Si deve ripartire dal benessere delle persone, e spesso significa ripartire dallo spazio pubblico e dalla mobilità: “uno dei temi più importanti… è la mobilità”. Come raggiungo lo spazio, come mi muovo, quanto è fruibile, quanto è desiderabile.
La qualità dello spazio è un acceleratore di dinamiche sociali ed economiche. E cita un esempio emblematico a Riad: un intervento che ha trasformato una città considerata “terrificante” in uno spazio pubblico attivo capace di attrarre brand e realtà internazionali. Il messaggio è chiaro: “non basta costruire metri cubi”, la qualità abilita uso, economia, identità.
In Europa, però, questa sensibilità spesso arriva in modo disomogeneo. Milano ha imparato, molte città medie no. E quando lo spazio pubblico resta funzionalista e poco pensato per l’utente, “crei quartieri vuoti” che diventano “sacche di degrado e di abbandono”.
Nel ripensare aree industriali e periferiche emerge anche un tema economico-politico: la capacità di attrarre investimenti. “I capitali ci sono”, dice, e non siamo in un contesto come il 2008. Il problema è l’attrattività e la comprensione della complessità italiana.
Un punto importante è la lettura del vincolo e del patrimonio. La Soprintendenza, per l’investitore straniero, è spesso “un rallentamento, un blocco”, e la tentazione è “radere al suolo e ricostruire da zero”. Ma qui de Niederhausern ribalta la prospettiva: “non sono rogne, sono la forza del nostro paese”. Serve una narrativa capace di far comprendere che la tutela è valore e può produrre valore futuro.
Il parallelo con la normativa energetica è significativo: ci lamentiamo di regole avanzate, ma sono parte dell’eccellenza. “La qualità ha un prezzo”, e il punto è decidere “in che contesto e in che lega vogliamo giocare”.
Quando gli chiedi se la città a zero emissioni sia realistica, risponde con un esempio che porta fuori dal recinto consueto. Racconta un progetto presentato in Biennale: il design di un reattore nucleare di nuova generazione. La tesi è che per arrivare a zero emissioni “servono scelte radicali”.
Il punto non è negare le rinnovabili o l’efficienza, ma riconoscere che un percorso solo incrementale può essere troppo lento rispetto alla crescita della domanda energetica. “I nostri consumi stanno crescendo in modo esponenziale perché la tecnologia ce lo richiede”, e cita l’energia richiesta dall’intelligenza artificiale come esempio di salto difficilmente prevedibile.
De Niederhausern non tratta l’AI come moda: “noi oggi usiamo l’AI in qualsiasi fase del progetto e non torneremmo indietro”. Ma chiarisce anche la distinzione: “ha sostituito il progettista? No… lo aiuta, lo amplifica”.
Il passaggio più interessante è la metafora della piramide. In cima ci sono i progetti complessi, in basso l’edilizia standard. E la sua previsione è che la base possa comprimersi: “la base della piramide ad un certo punto potrebbe sparire”.
Fa un esempio volutamente concreto, quasi provocatorio: per le “brutte villette a schiera” l’AI potrebbe generare “un progetto più bello e più efficiente”, e arrivare a produrre opzioni, verifiche normative, persino una shortlist di imprese, in tempi rapidissimi. Il grande progetto creativo, invece, “per un po’ ancora lo gestiremo noi”, e forse “per sempre”, anche se non lo può garantire.
Qui c’è un punto editoriale forte: l’AI come strumento di innalzamento della qualità media, non solo di efficienza.
Nel guardare al futuro, de Niederhausern parte da un’osservazione positiva: oggi, almeno in parte, viviamo in città più belle rispetto a qualche decennio fa. Ma vede un limite strutturale: la città è ancora “statica”.
La sua visione è quella di una città in cui lo spazio fisico cambia in funzione delle esigenze, grazie a dati e tecnologie predittive: strade che in certi momenti diventano pedonali, o viceversa, modulando il rapporto tra mobilità e vivibilità. Racconta anche un’ipotesi di sperimentazione su una piazza romana, in un contesto storico dove la rigidità progettuale non ha intercettato gli usi reali.
Tra i progetti simbolo, cita la Torre di Controllo dell’aeroporto di Istanbul, un’infrastruttura che di solito è “priva di identità” e che invece è diventata un oggetto riconoscibile, tanto da entrare nell’immaginario urbano.
Qui torna il Design for Manufacturing and Assembly in modo concreto: pannelli complessi in fiber reinforced concrete realizzati offsite, tempi contingentati, montaggio rapido in un “cantiere nel cantiere” dell’aeroporto. L’integrazione tra forma, produzione e assembly non è un dettaglio tecnico: è ciò che rende possibile l’identità.
Il consiglio finale è inaspettato e volutamente provocatorio: “un giovane architetto oggi deve essere un po’ sindacalista”.
Non è un invito ideologico, ma una constatazione su dinamiche professionali italiane: riconoscimento economico debole, precarietà contrattuale, scarso valore attribuito alla professione. E questo ricade sulle nuove generazioni. La risposta, per lui, è ribaltare il sistema dal basso, rivendicando professionalità e riconoscimento: “bisogna rivendicare… quello che l’architetto merita… non è una professione di Serie B”.
In controluce, questo tema si collega a tutto il resto: se l’architettura diventa più complessa e più strategica, la professione deve trovare un nuovo equilibrio tra responsabilità, competenze e valore.
Se c’è un filo rosso, è la parola integrazione. Integrare progetto e costruzione. Integrare creatività e industria. Integrare sostenibilità ambientale e impatto sociale. Integrare tecnologia e qualità dello spazio.
E, in prospettiva, integrare anche un cambio culturale che permetta al settore delle costruzioni di uscire da un modello “statico” e procedere verso un costruire più controllato, più prevedibile, più aperto alla sperimentazione.
GIOVANNI DE NIEDERHÄUSERNSENIOR VICE PRESIDENT OF ARCHITECTURE & PRODUCT DESIGN
The fusion of innovation, design and architecture has always been the leitmotiv accompanying Giovanni de Niederhäusern from his degree in engineering and architecture in 2008 to his important professional experiences (MIT Senseable City Lab as Research Affiliate, 2009 and Carlo Ratti Associati, as designer and PM and then as CEO in 2017). The same leitmotiv led him to his current position as Senior Vice President of Architecture at Pininfarina in 2019 (and of Product Design too in 2024). His research work and proximity to academic institutions as a lecturer and speaker allow him to lead his team to be at the forefront of architectural innovation. With an entrepreneurial approach sharpened by his experience in international project management and an MBA in 2014, he is leading the Architecture division with the aim of expanding the company's activities, reinterpreting its philosophy and proposing a new perspective that identifies impact in the combination of beauty and technology.
Raffaele, Digital Marketing Expert di Manni Group, collabora in modo sinergico con Isopan entrando in contatto con il mondo tecnico del pannello sandwich e osservando i trend evolutivi dell’edilizia. Grazie alla formazione in Architettura ha un occhio attento su temi e attività online che coinvolgono i progettisti e gli architetti.
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